I “CLOWNS” di Fellini

I. GENESI DEL FILM

    I.1. Fellini incontra la tv

I.2. I Clowns : un documentario fantastico

I.3. Federico Fellini e i clowns

II. FELLINI DAVANTI E DIETRO LA M. D. P.

      II.1. Prima mondiale in tv e cinema

      II.2. Struttura del film a inchiesta

  III. L’ACCOGLIENZA  DELLA CARTA STAMPATA

  III.1. L’accoglienza critica dei periodici

      III.2. L’accoglienza critica nelle riviste specializzate

     

  CONCLUSIONE

  RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Fellini ci vuole ricordare che a volte troppa luce potrebbe nascondere cio’ che è deforme e buffonesco. Egli indaga in una zona oscura dove risplendono quelle imperfezioni capaci di riflettersi in ognuno di noi. La conseguenza è una rivelazione  illuminante. Ora le differenze degli uni divengono similitudini con gli altri. Il calderone tende a ribollire e rimescolandosi ci offre la sua verità ultima.

“(…)” Il clown è uno specchio in cui l’uomo si rivede in grottesca, deforme, buffa immagine. E’ proprio l’ombra, ci sarà sempre. E’ come se ci chiedessimo: muore l’ombra? Per farla morire occorre il sole a picco sulla testa: allora l’ombra scompare. Ecco: l’uomo completamente illuminato ha fatto sparire i suoi aspetti caricaturali, buffoneschi e deformi.

Dopo innumerevoli ma velati rimandi ai clowns nei suoi film, l’onirico regista, dedica un lungometraggio intero al mondo del circo. La forma è quella del documentario anche se rivisitato in chiave soggettiva, autobiografica. L’occhio di Federico il fanciullo, diviene l’obbiettivo della macchina da presa. Le emozioni si ricostruiscono da sole facendoci identificare con quel bambino che con ansia aspettava l’arrivo del magico tendone nel suo paese di provincia. E’ un riconciliarsi con le origini dove tutto ha avuto inizio. Si avverte però, la malinconia di una realtà che sta intravedendo la sua fine. La ricerca dei vecchi clowns francesi è il tentativo di ricostruire un puzzle ormai andato perduto. Il cuore di Fellini ci crede ancora e invita le persone  a ritornare in quel fantastico luogo primitivo, originario senza regole, dal quale tutti ci siamo un po’ distaccati. I clowns non moriranno mai se li facciamo rivivere dentro di noi. Occorre però un ritorno alla tenera età, per recuperare tutto ciò che è andato perduto lungo il percorso della vita. E’ necessario essere nudi per capire se stessi; mettersi in gioco. Esso diventa il nodo centrale dell’esistenza stessa, una filosofia di vita che porterebbe tutta l’umanita’ su un altro livello piu’ spirituale e cosciente. Credo che quest’opera possa essere una musa multiforme per giovani registi. Col passare del tempo la figura del clown classico si è evoluta in mille accezioni. Il romanzo  di Victor Hugo, “L’uomo che ride” del 1869  ha dato adito a enormi successi commerciali. Troviamo clowns-joker che compiono omicidi e caos in seguito ad un  incidente irreversibile subito al volto  o semplicemente azioni fuori dall’ordinario indossando una maschera come in Gogo the clown 2010 mediometraggio recensito dalla rivista Nocturno; l’articolo fedelmente cita le parole di Fellini: “Il clown è l’ ombra dell’essere umano”.

  

  I.1. FELLINI INCONTRA LA TV

Con alle spalle già svariati successi cinematografici di ampio respiro, il maestro era desideroso di sperimentare  quello strano occhio dalle sfumature grigiastre che vigilava sulle case e i suoi abitanti. Persino una tale macchina, cosi’ sottovalutata dal cinema, nelle mani di Fellini si raffinò come oro. L’inchiesta, l’informazione, miscelata con la fantasia di un bambino diede vita ad un viaggio memorabile. Le parole dell’artista sono rivelatrici:

“(…)” Io tenevo un carteggio con una società televisiva americana poi si inseri’ la tv italiana. In realtà, da tempo pensavo di fare qualcosa per la tv, questa specie di ponte più delicato, più intimo, più personale, tra l’autore e il pubblico. Pur non vedendo quasi mai gli spettacoli della tv, la presenza di  questo occhio grigiastro , spalancato sulla casa, l’occhio di un animale extraterrestre, mi ha sempre affascinato. Insomma volevo provare. Con Zapponi chiacchierammo una domenica pomeriggio poi partimmo per Parigi alla ricerca non sapevo nemmeno di che cosa e al ritorno in pochi giorni , la sceneggiatura era fatta. Insomma, la cosa era partita, senza troppo riflettere. mi sono trovato a dire i clowns. Poi, mi sono trovato a farli. La televisione puo’ essere una sorta di spruzzata rugiadosa di verginità sopra chi è minacciato dalla routine, dalla tendenza ad identificarsi con l’immagine che gli altri si sono fatti di te.

Dai suoi pensieri emergono immagini di ingenuità, ricercata come approccio per un mondo cosi’ ricco di sensibilità. La tv sembra seguire i piani del regista che cerca di portare in tutte la case degli italiani una dose di umorismo educativo. Egli desidera riportare I clowns al centro dell’ attenzione della comunita’, usando l’unico mezzo diretto al popolo. Per respirare l’aria di quel periodo, è oppurtuno rivedere un articolo del 1970 di Mario Verdone: “il fatto che Federico Fellini abbia realizzato un film destinato alla televisione, intitolato I Clowns, che verrà dato stasera in prima alla Mostra del cinema di Venezia, è messo in particolare evidenza dalla rivista parigina “Le cirque dans l’universe”. Il periodico si compiace che numerose sequenze siano state girate nei circhi di Parigi e di Amiens, a Bobigny in casa dei Bario con lo scrittore specialista di storia del circo Tristan Remy. Manrico, che prese il nome di Bario, creò nel 1919 con Dario e Ceratto, un altro italiano, il famoso trio di Dario e Bario, all’epoca in cui trionfavano gli insuperabili Fratellini”. Da notare la meticolosità delle informazioni, tutto, se pur sfocato, sembrava comunque concreto e presente. Il circo era come se avesse a disposizione una sola serata per riproporre tutti i suoi numeri di anni ed anni.  Nel tascabile Einaudi intitolato “ Fare un film” Fellini dichiara che in complesso lavorare con la tv gli è sembrato deludente e mediocre: “da una parte la tv ti preclude di fare del cinema, o perlomeno ne riduce le possibilità sia espressive; dall’altra ti si offre come un mezzo dai connotati e dalle finalità esitanti. Insomma credo di aver sbagliato di lasciarmi tentare di fare televisione. In definitiva io non l’ho nemmeno mai vista questa televisione! Cioè, l’ho vista sempre come un mobile, ecco, qualcosa che arredava un angolo della casa.” Fellini sembra qui dover giustificare e slegarsi dalla scelta di un mezzo cosi’ meticcio come lo è il quinto potere. Non poche sono le critiche lanciate contro l’artista: “Questo non dovevi farcelo Federico” è il titolo. E l’occhiello: “ Un brutto scherzo della televisione italiana”. Il giornale si chiama “ il circo “( anno 2, n. 9, ottobre 1970) la frase che dicono incriminata all’interno del documentario è la seguente: “ Attento, che se non fai il buono, ti portano via gli zingari del circo!”. E continua: il brutto scherzo della televisione è la realizzazione di un programma in cui si dà per scontato che il circo è morto, in più nel periodo natalizio quando i bambini corrono festosi a godere del sano e sorridente spettacolo del circo. Fellini si difende rispondendo: “ il fatto che io abbia proiettato sul circo e sul clown un’ombra di morte è la prova della loro vitalità dentro di me”

II.2. I CLOWNS: documentario fantastico

Trattandosi di un lavoro un pò diverso dai precedenti, essendo un documentario e non destinato al cinematografo, la via di approccio di Fellini rimane comunque sempre la stessa: la ricerca dell’interiorità .

“(…)” La mia adesione alle cose è sempre soggettiva, emozionale. Se vado in giro e guardo attorno, lo faccio solo per controllare ciò che ho inventato. Il film e il libro tentano di riproporre un mondo, un ambiente, in maniera vitale. Tentano di trattenersi in questa dimensione, cercando di ricrearne l’emozione, l’incanto, la sorpresa. L’unica documentazione che uno possa dare è sempre e soltanto la documentazione di se stesso. L’unico vero realista è il visionario, egli dà testimonianza di avvenimenti che sono la sua realtà, cioè la cosa più reale che esista.

Era pressochè impossibile aspettarsi dal maestro un lavoro analitico, freddo e schematico. Il documentario è rivisitato in chiave fantastica, onirica. La ricerca e la proposta di un ultimo spettacolo con tutti i più grandi clowns, sono velati da potenti e contrastanti emozioni. Tutto è giocato in parallelo. Alla fine, il ritrovo del circo coincide con il ritrovamento di quell’emozione rimasta all’origine dei tempi in uno stato quasi embrionale. La fantasia diviene parte integrante della realtà presente e passata. Cosi’ facendo l’irreale si ritrova ad esser più vero del reale stesso.

I Clowns ritrovano il loro mondo fantastico. La rivista cinema e cinema del 1970 mostra un articolo intitolato cineasti in crisi: “Fellini con la sua messa in scena di se stesso e di tutta la troupe riconduce l’intervista autentica alla favola delle sue mitologie personali, al mito del circo, al regista come mago, che evoca i fantasmi dell’inconscio. Il bambino che, dalla finestra della sua camera, contempla il magico erigersi del tendone del circo, non

è soltanto un’immagine emblematica, ma un’immagine che segna di sè tutto il film e di fronte alla quale i forzosi richiami,  soprattutto stilistici, alla realtà, finiscono per apparire solo un motivo estraneo al contesto narrativo.” Non pochi sono i richiami autobiografici. Nel libro “Io Federico Fellini” di Charlotte Chandler il maestro afferma: ”Tutti vivono nel proprio mondo fantastico, ma la maggior parte delle persone non lo capisce. Nessuno percepisce il mondo reale. Ognuno invece definisce verità le proprie fantasie personali. La differenza è che io so di vivere in un mondo di fantasia. Lo preferisco così, e sfuggo tutto ciò che disturba la mia visione. Da piccolo non sapevo che il mio futuro sarebbe stato il circo…il circo nel cinema”. Federico fanciullo ancora non pensava al circo come lavoro anche se era già parte integrante del suo inconscio dalla prima visita al magico tendone. Di conseguenza era logico che egli ricercasse la componente fantastica a discapito del freddo ragionare in cerca di  una spiegazione plausibile. Ne Il Tempo, Gian Luigi Rondi afferma: “ pur facendo il giro di molti circhi italiani e francesi e pur facendoci incontrare con questo o quel clown, dal vero, con il tono della cronaca o

dell’intervista, il film è il contrario esatto di un racconto oggettivo; è invece un personalissimo fantastico viaggio nel mondo dei clowns”. Il suo amore per i circensi è espresso in ogni inquadratura del

lungometraggio. Le molte critiche dalle quali egli dovette difendersi paiono come coltelli lanciati per invidia da parte di tutti i circhi che purtroppo il maestro non è riuscito ad interpellare. Egli non mette in scena come tanti hanno detto, la morte del clown e del circo ma piuttosto egli cerca di farlo risorgere dalle sue stesse ceneri come la più maestosa delle fenici. Vorrei concludere con un passo della Chandler dove Fellini parla dell’approccio al suo lavoro. “ Quando giro un film cerco con tutte le forze di consentirmi di rimanere incantato come un sognatore, anche se sono io stesso quello che sogna. Ho sempre tratto grande piacere dal dormire. I sogni sono molto superiori della realtà.” Si scopre così il luogo dove il regista attingeva per la realizzazione di tutti i suoi film. In questo specifico caso del documentario, egli non ha fatto altro che disegnare, alla fine dei sogni, decine di clowns che impazziti si rincorrono a ll’interno del tendone alla ricerca di nulla.

La mente sintetica di Fellini è in pieno regime espressivo contro una mente analitica che proprio non vuole svegliarsi.

E’ proprio questo il segreto delll’artista, non smettere mai di sognare, persino ad occhi aperti ed in piena luce si materializzano i sogni migliori registrabili e visibili ad ognuno di noi.

I.3. FEDERICO FELLINI E I CLOWNS

Il mondo dei clowns si divide in due opposti personaggi: il clown bianco e l’augusto. Il primo è l’eleganza, la grazia, l’armonia, l’intelligenza. Il secondo stracciato, goffo e impolverato, si ubriaca, si rotola per terra e anima in una contestazione perpetua. Questa è dunque la

lotta tra il culto superbo della ragione e la

libertà dell’istinto. Il clown bianco e l’augusto sono la maestra e il bambino, la madre e il figlio monello. Essi sono due atteggiamenti psicologici dell’uomo: la spinta verso l’alto e quella verso il basso. Al circo tramite l’augusto, il bimbo può immaginarsi di fare tutto ciò che è proibito diventando uno sfogo liberatorio. Il clown bianco e un borghese, l’augusto è un clochard. Il clown incarna i caratteri della creatura fantastica, che esprime l’aspetto irrazionale dell’uomo, la componente dell’istinto animale. In ” IO Federico Fellini” di Charlotte  Chandler egli parla della lavorazione del film: “ non si vede bene la faccia del bambino de i clowns perché quel bambino è dentro di me. Fui totalmente ispirato da Little Nemo e mentre giravamo tenevo un libro di Windsor McKay sul comodino. Ne i clowns c’è un momento in cui un intervistatore mi chiede: “ Qual è il messaggio Signor Fellini?”. Sto cominciando a rispondere quando mi cade

in testa un secchio che mi copre il viso, impedendomi di continuare. Poi ne cade un altro sulla testa del giornalista. Tra i vecchi clown che ho intervistato, ho scoperto che molti erano felici di ricordare ciò che un tempo erano capaci di fare mentre altri si rattristavano ricordando ciò che avevano perso. Un personaggio con il quale mi sono identificato è il Clown che fugge dall’ospizio. Muore ridendo. Vorrei farlo anch’io. E’ un bel modo per andarsene, morire per le troppe risate causate da un clown al circo. Sono rimasto sorpreso che a molti non sia piaciuto quello che ho fatto perché vi hanno visto una visione pessimistica che predice il declino dei clowns e del circo stesso. Hanno ragione, solo che io non lo predico: io credo che sia già successo. Il che dimostra come nella vita non puoi mai conoscere le reazioni che provocherai negli altri.” Nelle “Conversation Avec Federico Fellini”, Denoel, Parigi 1995,p 108 di Costanzo Costantini il maestro afferma: ” Credo veramente di essere un augusto ma anche un clown bianco”. In realtà se abbiamo tutti la straordinaria fotografia in cui Fellini appare come un pagliaccio, con un naso rosso, il lato destro del volto dipinto di bianco con una striscia rossa, non possiamo non tenere conto della sua forte inclinazione ad essere un clown bianco nell’autoritarismo esplicito nel mestiere di regista. Fellini si rivela spesso sgradevole: in questo caso è un clown bianco al lavoro.

Lui stesso osserva: ”nel fare l’inchiesta, c’è anche quel tanto di invasione poliziesca dell’intimità altrui, che mi ha dato sempre fastidio. L’unica testimonianza che si può dare facendo un’inchiesta, è quella della propria curiosità insolente.” E ad un certo punto, commenta Fellini, Rèmy mi domandò: ma perché lei vuole fare un film sui clown? Il mondo del circo non esiste più. I veri clown sono tutti scomparsi. Il circo non ha più nessun significato nell’attuale società.  Secondo Tatti Sanguineti, Rèmy avrebbe detto esattamente il contrario e Fellini avrebbe distorto le sue affermazioni per assecondare il senso dell’inchiesta. Se fosse vero sarebbe una conferma del fatto che Fellini non intendeva condurre una vera inchiesta, ne mostrarsi disponibile ai

suggerimenti della realtà ma, al contrario,

intendeva verificare dei presupposti e organizzare una dimostrazione tutta improntata sul desiderio di constatare la scomparsa dei clowns per meglio esaltarne la risurrezione felliniana”. La questione pare essere poco chiara. Impossibile capire le vere intenzioni di Fellini in quanto in tale specifico caso egli non godeva della solita libertà essendoci la televisione con le sue regole e imposizioni. Il film finisce così: le due figure di clowns si vengono incontro e se ne vanno insieme. Esse incarnano un mito che è in fondo a ciascuno di noi: la riconciliazione dei contrari, l’unicità dell’essere.

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